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VIDEO INTERVISTA AD ALBERTO QUADRIO CURZIO: LO STATUTO COMUNITARIO DI VALLE.
Martedì 01.06.2010
Nell'intervista il docente ha commentato i risultati del progetto rivolto alle scuole, promosso da Sev e Vivi le Valli.
SEV E VIVI LE VALLI: CONCORSO SCOLASTICO PROVINCIALE
Martedì 17.11.2009
Conosciamo lo Statuto Comunitario per la Valtellina, facciamolo conoscere e diventare patrimonio della Comunità Locale.

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LA NUOVA MOSTRA DEL BITTO TARGATA MULTICONSORZIO
Il gusto diventa arte A Morbegno il 15, 16 e 17 ottobre sfilano le eccellenze agroalimentari.
GAL VALTELLINA: OTTO BANDI PER 2,2 MILIONI DI EURO
Contributi a fondo perso per finanziare progetti sul territorio.
BANDO LAVORO PER IL 6° CENSIMENTO GENERALE DELL’AGRICOLTURA
Pubblicato il bando per il reclutamento di 52 coordinatori e 463 rilevatori.
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Sabato 30.08.2008
GIOVANNI DE CENSI: INTERVISTA A VIVILOMBARDIA

I cento anni del Credito, la situazione economica nazionale e i prossimi traguardi della Valtellina. Questi i temi affrontati del numero 'uno' di Credito Valtellinese.
Il periodico ViviLombardia ha pubblicato in questi giorni una lunga intervista a Giovanni De Censi, presidente del Creval. In questo articolo, De Censi ha raccontato la propria esperienza professionale negli ultimi 50 anni e ha delineato le priorità per lo sviluppo della Valtellina. Con qualche novità interessante.

Credito Valtellinese, cento anni di coerenza
"In cento anni abbiamo cambiato molto, senza cambiare mai”. Lo slogan scelto dal gruppo Credito Valtellinese per celebrare il primo secolo di vita, riassume alla perfezione la filosofia che questo istituto ha portato avanti durante tutta la sua storia. Era il 1908 quando nasceva a Sondrio il “Piccolo Credito Valtellinese”, una banca “cooperativa di ispirazione cattolica”, che nonostante il trascorrere degli anni è riuscita a rimanere ancorata ai suoi valori fondanti, facendo dello sviluppo del territorio locale la propria mission.
In questi cento anni, il gruppo Creval ne ha fatta di strada, diventando una realtà di rilievo nazionale, quotata fra le "Blue Chips" della Borsa Italiana. Il “Piccolo Credito”, come lo chiamano ancora i correntisti più attempati, ha aperto il Credito Artigiano, il Credito Siciliano, la Banca dell’Artigianato e dell’Industria, e da quest’anno ha fondato anche il Credito Piemontese.
Il presidente Giovanni De Censi è un testimone molto importante di questo progresso, a cui ha contribuito negli ultimi 50 anni di storia. Ecco che cosa ci ha raccontato nell’intervista concessa a ViviLombardia.
«Ho vissuto una grande esperienza: crescere insieme a questa banca. Quando ho iniziato a lavorare al Piccolo Credito nel 1957, eravamo un centinaio di dipendenti. Sono diventato direttore quando ce n’erano 180. Oggi siamo in 3700. La nostra banca è cresciuta, ha creato ricchezza e posti di lavoro».
Come ricorda l’inizio della sua carriera?
Avevo appena terminato la Ragioneria all’Istituto Fabio Besta. Era il 17 luglio. Ero stato selezionato come miglior diplomato di quell’anno e avevo già in tasca la lettera di assunzione della Montecatini. Quando sono andato a ritirare il premio, il direttore della banca mi chiese “Perché non vieni a lavorare per noi?”. Ne parlai a mio padre e il primo di agosto entrai in banca. Ricordo la grande passione che ci animava: a quell’epoca eravamo davvero in pochi. A fine anno si chiudevano i conti a mano, non c’erano macchine scriventi. Avevo però l’ambizione di crescere e così, dal 1963 al 1969, lasciai la banca e andai a lavorare per una grossa società a Düsseldorf, in Germania. In quegli anni ho imparato cosa volesse dire stare dall’altra parte del tavolo, andare in banca e negoziare con i direttori, mostrando i bilanci della società. Ho capito meglio la mentalità del bancario, che valuta tutto attraverso gli occhiali della finanza, mentre l’imprenditore ha molte altre cose da considerare. È stato un patrimonio che poi ho adottato nel mio stile direzionale: l’importanza di ascoltare il cliente, per capire che cosa fa e trovare insieme la soluzione ai suoi problemi. Nel 1969 il Piccolo Credito mi chiese di tornare e iniziai la mia carriera: nel 1976 divenni vicedirettore, nel 1980 direttore generale e via di seguito.
Una banca del territorio, cresciuta insieme a questo. Non è così?
Credo che il Creval abbia dato uno spunto importante allo sviluppo della valle. Abbiamo nella nostra matrice culturale l’obiettivo di sostenere la realtà in cui viviamo. Tutto ciò ci ha permesso di sviluppare una fitta interrelazione con il territorio. La banca è vissuta come una “cosa” della gente, una realtà vicina. Oggi è considerata una parte integrante della vita dei nostri correntisti. In questi cento anni non abbiamo pensato soltanto a creare valore per l’azionista, ma anche per il territorio in cui operiamo, vivendo in simbiosi con l’economia locale. Creval è nato prima del boom turistico della Valtellina, abbiamo sostenuto i grandi investimenti per il rilancio di questo settore, poi sono arrivate le imprese manifatturiere, abbiamo assistito alla diversificazione del mercato: un processo che è in continua evoluzione.
La storia più recente del Credito Valtellinese è stata caratterizzata dall’apertura di nuovi sportelli. Il vostro modello di lavoro, dunque si può esportare anche al di fuori della Valtellina.
Direi di sì. Abbiamo avuto la certificazione del nostro metodo: mantenere l’identità di banca popolare del territorio, ma maturare come impresa attraverso filiazioni di altre banche in luoghi diversi, che si comportano allo stesso modo, anche se sono giuridicamente delle S.p.a. costruite dentro Creval. Queste nuove realtà ricevono l’indirizzo e il coordinamento dalla capogruppo, allargando la base su cui scaricare i costi di produzione, di ricerca. Tutto ciò ci permette di competere con il mercato. L’importante è rispettare l’identità di ogni economia: abbiamo fatto così in Piemonte, in Sicilia e in Veneto. E funziona.
Oggi il mondo bancario è caratterizzato da grandi fusioni e acquisizioni. Come vicepresidente dell’Abi, ritiene che questo orientamento generi più vantaggi o svantaggi alla clientela?
La dimensione è un fattore importante per avere un’economia di scala. La prossimità, cioè la banca del territorio, permette di raggiungere gli stessi risultati con grandezze inferiori, ma solo se si è collegati con realtà bancarie centrali di primo e secondo livello. Questa condizione ci dà la facoltà di competere anche con la grande banca, pur mantenendo una dimensione peculiare.
Ma qual è lo spazio nel quale intendete operare?
Un grosso gruppo tende a spingere avanti il discorso della redditività: per questo non avrà mai la convenienza a sostenere per esempio l’investimento di un nuovo albergo o di nuovi impianti di risalita. In Valtellina, invece, le due banche locali hanno dimostrato di essere coerenti con i valori che le hanno fondate e lo stare in competizione tra loro, poi, ha permesso di tenere alta la qualità dei servizi resi ai clienti.
La grande dimensione dà modo di produrre a costi più bassi in certi settori, ma fa perdere la relazione “uno a uno” con il cliente, perché tende a segmentare il mercato, a creare dei cluster, finendo con il ragionare più in termini di prodotto che di servizio. Mentre noi continuiamo a preferire il servizio, cominciando con l’ascoltare il cliente.
È notizia recente dell'accordo raggiunto tra le banche e il ministro Giulio Tremonti, per congelare le rate dei mutui a tasso variabile. Perché secondo lei il mutuo è diventato l’assillo di così tanti italiani?
Questo è un fenomeno che, ad esempio, da noi non si è registrato. I problemi sono nati quando i tassi erano discendenti. Le banche hanno iniziato a dire: “Invece di pagare l’affitto, paghi la rata del mutuo allo stesso prezzo e ti compri l’immobile”. È stato sufficiente allungare il finanziamento a 30-40 anni, proponendo una rata piccola a tasso variabile. I guai sono iniziati quando i tassi hanno cominciato a salire e la gente si è trovata con l’acqua alla gola. Ciò è avvenuto perché l’indebitamento del cliente non era più correlato alla sua capacità di rimborso. Uno dei criteri fondamentali che deve essere sempre considerato nel fare del credito non è costituito dalla garanzia che viene data alla banca, ma dalla capacità di rimborso del cliente rispetto alle sue entrate. Prima di finanziare un soggetto che compra una casa, dobbiamo capire se ce la fa a pagare la rata e a vivere con quel che gli rimane. Il credito è come l’acqua: se viene utilizzata bene per irrigare i campi, favorisce la crescita del raccolto; ma se è troppa, è come un’alluvione che distrugge tutto.
Ci ha spiegato come, in questi cento anni, Creval ha accompagnato la Valtellina e i suoi abitanti nella loro crescita. Oggi quali sono secondo lei, i prossimi traguardi che questo territorio deve raggiungere?
Il più grande è quello del Polo dell’Innovazione, su cui abbiamo investito e che è affidato alle forze imprenditoriali locali e anche alle forze politiche. La cosa che sta più a cuore a questa valle è trattenere le menti capaci, affinché creino le condizioni per sviluppare il futuro. Eraclito diceva: “L'unica cosa permanente è il Cambiamento”. Ed è davvero così. Oggi ci troviamo di fronte ad una serie di mutamenti enormi, destinati a modificare la struttura della società moderna. La nostra ambizione è di dare vita ad un Polo tecnologico che favorisca l’incontro di uomini preparati, di ricercatori, capaci di trovare soluzioni ai problemi delle nostre filiere produttive. Come siamo riusciti a sviluppare il distretto bancario della provincia di Sondrio negli ultimi cento anni, vorremmo ora veder crescere le attività che lo animano.
Altre priorità su cui ritiene che la Valtellina debba migliorare?
I collegamenti: l’aeroporto e la ferrovia sono due punti fondamentali. Ci servono almeno due corse ferroviarie che colleghino Sondrio a Milano in un’ora e 20 minuti. Ci vuole un’azienda energetica di valle, che risolva il problema del sostentamento di coloro vogliono investire qui.
Presidente, qual è la lezione che ereditate da questi primi cento anni di storia?
Quello che è stato straordinario in questo secolo del Credito Valtellinese sono stati i suoi uomini. Persone come il presidente Enrico Vitali, Eugenio Tirinzoni, Michele Melazzini, Paolo Bossi. Figure che hanno garantito una grande integrità morale e un’aderenza ai valori portanti della banca. Ezio Vanoni mi diceva che la libertà è la possibilità che ognuno ha di fare il proprio dovere, sempre. Per noi è stato così.